The Rhythm Before

Category: Interviews

Ethel & Justin Parade

Eccoci di nuovo a Genova per farci raccontare storie. Sono Ethel e Justin questa volta i protagonisti del nostro video, appassionati di hip-hop e non solo. Avete voglia di sentire cosa hanno da dirci?

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Rhythm & LIS

È il 4 di aprile. A Genova, in un viottolo nascosto dalle parti del porto antico, c’è una piccola palestra dove Rocco insegna capoeira. La porta è chiusa. Picchiamo sul vetro col pugno, piove. Shukri fa una battuta – che è sordo? – poi però ecco Rocco che arriva, ci apre. Ha qualcosa di familiare, penso. Appena dentro il parquet è talmente liscio che io e Andrea ci leviamo le scarpe per non rovinarlo. Le ragazze salgono al piano di sopra, vanno a cambiarsi. Shukri ci saluta e le raggiunge. Poi arriva Federica, l’insegnante, e Justin il ritardatario. Sono le 17 e 30 e il corso inizia.

Ma non è capoeoira, il ritmo è quello inconfondibile dell’hip-hop e i ballerini sono udenti  e sordi, ma non si capisce chi ci sente e chi non ci sente. Ballano tutti che meglio chi peggio. C’è chi non balla proprio e se ne sta in ultima fila ad abbozzare qualche passo. Lavorano insieme ad una coreografia, ci spiega Federica, dove la lingua dei segni e il gesto hip-hop dialogano insieme. Si fondono quasi, in una danza parlata.

Shukri viene dalla danza africana, ma si vede che si diverte. Rocco è di Milano ecco cos’aveva di familiare, l’accento. Federica invece è bravissima. Parla, segna, balla, guarda. È la prima volta che io e Andrea vediamo una cosa simile, sembriamo due cretini, seduti su una panchina col collo piegato in avanti perché i berimbau appesi ci sfiorano la testa. Ci guardiamo i piedi scalzi, muoviamo le spalle in avanti –  come fa Clara – dico, un’amica che abbiamo in comune. Ci torneremo, pensiamo, ma nessuno lo dice all’altro. Non so se anche Andrea l’ha pensato proprio in quel momento. Però siamo tornati. Ogni giovedì di aprile, E abbiamo fatto bene.

(Videomakers)

Noi non abbiamo mai fatto dei video prima d’ora. È iniziato tutto con un corso a scuola ci hanno chiesto di proporre un progetto di documentario sulla danza, non un documentario vero, un teaser, un pitch. Io e Andrea ci abbiamo pensato parecchio. Il battere e il levare, la creazione di ogni musica, l’inizio dei tempi, le danze dell’amore degli uccelli di palude, la prossemica umana dell’innamoramento. No. Eravamo fuori strada. Troppo ampio, troppo saggio: a scuola volevano una storia e noi avevamo solo idee. Poi è successo qualcosa, ci siamo intestarditi, ci mancava un tassello. Non sapevamo quale ma eravamo certi della sua esistenza, come accade per la tavola periodica degli elementi di Mendeleev. Cosa lega le danze propriziatorie, le danze di caccia e raccolta al movimento del corpo? Una necessità di movimento primordiale, urgente, che non dipende dalla musica fuori ma da un ritmo interiore. Volevamo una storia di cuore.

È così che abbiamo incontrato Shukri, Chiara, Federica, Ethel, Rosanna, Mauro, Enrico, Francesca, Stefania. Per loro, il gesto iconico dell’hip-hop si raffina e diviene segno, che per un non udente è parola, comunicazione. Loro sono sordi e ballano parlando. Noi ci siamo chiesti come fosse possibile. Ci hanno raccontato di un ritmo interiore, che viene prima della musica, su cui la musica si modella.

Io e Andrea ci siamo guardati. E abbiamo pensato che per una storia come questa vale la pena imparare a filmare.

Interviste? Un gioco da ragazzi

Siamo stati a Genova, Varese, Torino. Abbiamo cercato appassionati di danza, ballerini e discotecari. Ne abbiamo trovati di udenti e non udenti. E ci siamo chiesti come, da sordi, si possa scegliere di ballare. Bene, ci siamo detti, questa gente ha delle cose da raccontarci. Andiamo ad intervistarla. Interviste? Certo bella, interviste. Insomma, un gioco da ragazzi.